Oltre la cenere: l’essenza immortale del Vesuvio nelle parole di Carmelo Sichinolfi.
C’è un luogo in Italia dove la terra respira, dove la storia si intreccia con la potenza della natura, e dove ogni sorso di vino racconta una storia millenaria. Quel luogo sono le pendici del Vesuvio, e la storia è quella di Carmelo Sichinolfi.
Un vino, per quanto eccellente, è fatto prima di tutto di persone. Di sguardi, passioni, e mani che lavorano la vigna con rispetto e dedizione. Oggi su Mister Wine, abbiamo il piacere di sederci virtualmente con una di queste anime pulsanti: Carmelo Sichinolfi, custode dell’accoglienza in questa azienda straordinaria che è Sorrentino Vini.
Questa non è solo un’intervista. È un viaggio emozionale nel cuore di un territorio che non smette mai di stupire. Carmelo non è solo un professionista dell’enoturismo; è un narratore, un ponte tra il visitatore e il vulcano, capace di trasformare un semplice tour in vigna in un’esperienza sensoriale indimenticabile.
Attraverso le sue parole, scopriremo l’uomo dietro al calice, le esperienze che lo hanno formato e la sua visione unica del mondo del vino. Ci lasceremo guidare dai suoi racconti, dagli aneddoti divertenti che costellano le sue giornate lavorative fino alla sua personale, profonda connessione con il genius loci vesuviano.
Preparate un calice del vostro vino preferito – magari un Lacryma Christi o un audace Caprettone – mettetevi comodi e lasciatevi trasportare dalle emozioni. La voce di Carmelo Sichinolfi è pronta a svelarci i segreti di un terroir unico al mondo.
La sua esperienza e la sua passione ci guideranno in un viaggio tra la sua vita, il suo lavoro e il mondo affascinante del vino vesuviano.
La Vita Personale e il Percorso Professionale Iniziale
Questa sezione è dedicata a conoscere l’uomo dietro la figura professionale, le sue radici e le esperienze che lo hanno portato fin qui.
Ciao Carmelo e benvenuto su Mister Wine. Iniziamo subito, per i nostri lettori qual è la tua attuale posizione in azienda?
Carmelo: Mi occupo principalmente di accoglienza di privati e gruppi, e quindi del tour attraverso i vigneti o in cantina e di seguire la degustazione al tavolo.
Dove vivi attualmente e quanto è forte il legame con il territorio vesuviano che fa da sfondo al tuo lavoro quotidiano?
Carmelo: Sono di Nusco, un borgo medioevale in alta Irpinia, in una delle aree vocate alla produzione di Aglianico, pensa che tra Montemarano e Paternopoli si produce il 55% dell’aglianico della Campania. Il legame con questo territorio nasce 40 anni fa quando ho sposato un’ercolanese, per cui ho conosciuto già allora questi vitigni vesuviani . Ho un alloggio presso l’albergo dei Sorrentino da circa 4 anni e questo legame si è trasformato da un rapporto affettivo in un rapporto emotivo.
Prima di approdare a Sorrentino Vini e immergerti nel mondo dell’enoturismo, quali sono state le esperienze lavorative o formative più significative che hanno plasmato la tua professionalità odierna?
Carmelo: Mio padre insegnava a Nusco, era vicepreside e con il suo migliore amico che era il preside condivideva una grande passione per il vino. Avevano difficoltà a trovare un vino “sano” e prodotto secondo le loro aspettative e partendo da un concetto secondo cui gli unici che non sanno fare il vino sono i contadini, mentre il migliore vino è prodotto dai figli dei contadini che hanno potuto studiare, cominciarono a documentarsi. Il prof Della Gatta originario di Pola, acquistò un terreno in C.da Vignale Cupo, un terroir nuscano vocato alla produzione dell’aglianico e mise a dimora delle piante di aglianico. Era un personaggio straordinario che oltre a produrre vino scriveva poesie, ascoltava musica classica e impastava il pane. Ricordo con nostalgia struggente i pomeriggi trascorsi in vigna con lui e mio padre. Dopo una lunga e tormentata parentesi nel mondo bancario, ho ricominciato ad occuparmi di questa mia passione. Mi piace l’odore del vino, mi piace degustarlo ma soprattutto mi piace raccontarlo.
C’è stato un momento preciso, un aneddoto, o un particolare vino che ha acceso la tua passione e ti ha spinto a fare del mondo del vino la tua carriera?
Carmelo: Come ho detto prima la mia passione è antica, ma nel biennio 2015/2017 grazie a un mio amico chef, Luciano Colucci ho cominciato una serie di frequentazioni, seppur brevi tra cui l’enologo Paolo Mastroberardino, il prof. Luigi Moio, il produttore Luigi Tecce, e poi un’esperienza in Fisar. In quel biennio ho cambiato visione di questo mondo, fino a quando ho letto un libro: il “Linguaggio del vino” di Francesco Annibali. Se vogliamo ricercare una scintilla credo che sia tra quelle pagine.
Il tuo ruolo in Azienda: Sei tra coloro che si occupano dell’accoglienza e ti occupi dei tour in vigna. Come descriveresti una giornata tipo?
Carmelo: La giornata tipo è scandita da azioni semplici e profonde. Accogliamo i clienti, ci presentiamo e cominciamo questo percorso in questo posto pazzesco, al centro della storia. Siamo nei 40 ettari di proprietà Sorrentino in una vigna antica in cui è stato individuato nel 2014 il DNA del Caprettone, il panorama in vigna è da cartolina. Scavi di Pompei, Capri, Sorrento, e il Vulcano; a Muntagna, come lo affettuosamente lo chiamano qui. Ti confesso che il primo giorno che ho fatto questo percorso in vigna sono rimasto colpito immediatamente dall’odore del mare e dello iodio che non conoscevo tra le vigne irpine. L’imprinting col cliente si sviluppa già nei primi 30 secondi e si costruisce la narrazione in empatia con le aspettative, il background e le informazioni utili al cliente. Il nostro tour è sempre diverso, proprio perché si costruisce con l’ospite. Tu che sei un gigante dell’accoglienza puoi ben comprendere.
L’enoturismo è in forte crescita. Qual è, a tuo parere, il punto di forza dell’esperienza offerta da Sorrentino Vini rispetto ad altre realtà vinicole italiane?
Carmelo: L’enoturismo è certamente in crescita ma si sbaglia se non si considera che è in profonda trasformazione. Sorrentino ha una vision innovativa: riesce ad anticipare i trend del mercato e ha compreso, prima di molti, che l’esperienza deve essere coinvolgente, immersiva, e che bisogna osare. Il Wine lover ti segue. Maria Paola coglie ogni fermento ogni sollecitazione dall’esterno e la trasforma in esperienza, lei ha magma al posto del sangue. Sono una famiglia a piede franco, radicati sul vulcano, ma come un tralcio di vite puntano sempre verso l’alto. Posso affermare con serenità che loro sono benchmark sull’area vesuviana. Spero che la mia titolare non legga questa intervista, ma ti confesso che durante il colloquio di assunzione non ci siamo subito “amati” e quando lei mi ha parlato di questo management orizzontale che li contraddistingue mi sono preoccupato perché avevo cattiva esperienza di questa figura. In pratica però, abbiamo questa struttura orizzontale in fase di programmazione e in fase di resoconto, ma Giuseppe, Benny e Maria Paola hanno degli ambiti ben distinti. Sono straordinari, Il loro vero approccio manageriale segue l’impostazione del “design thinking”. Immagina e costruisci!
Didattica in Vigna: Durante i tour, quali sono i concetti chiave, legati alla viticoltura e alla storia del territorio, che tieni di più a trasmettere ai visitatori?
Carmelo: Come ho detto prima, la narrazione cambia rispetto al background dell’ospite: è utile avere l’abilità di intuire quali argomentazioni coinvolgono il cliente; nelle mie esperienze lavorative precedenti ho capito che <chi domanda, comanda>, il tour deve essere interattivo e se il cliente partecipa e non subisce la narrazione diventa esperienza. Non c’è esperienza che non sia condivisa, per cui il bagaglio di sapere maturato in questi anni può essere in chiave storica, enologica, emotiva. Io parlo delle notti di Poppea, come di Lucrezia d’Alagno, fino all’eruzione , la stratificazione vulcanica, le tecniche di produzione innovative, della chiarifica vegana o altro.
I Vini del Vulcano: I suoli vulcanici conferiscono caratteristiche uniche ai vini. Puoi spiegarci in modo semplice cosa rende il “Lacryma Christi” o i vini autoctoni come il “Caprettone“ così speciali e riconoscibili al palato?
Carmelo: Siamo quello che mangiamo e siamo l’ambiente che viviamo. Questo vale anche per i vini, c’è un ampio dibattito sulla mineralità dei vini e io sono dalla parte di chi crede che la mineralità nei vini non esista, ma che invece questo termine descriva sensazioni di sapidità, acidità e note aromatiche che evocano pietre o mare come la selce o la lobularia e quindi non è la presenza diretta di minerali. Detto questo il Caprettone e il Piedirosso che sono la spina dorsale del Lacryma restituiscono al vino tutto ciò che è in questo suolo incredibile, questa brezza continua e questa profondità del vulcano a cui accede il piede franco, l’acido succinico, i composti solforati, il PH che varia ogni 300 metri disegnano sull’anfiteatro ideale del vulcano una varietà di sensazioni olfattive e degustative. Il Lacryma ma anche nelle sue componenti dell’uvaggio è molto intenso, fine, complesso e consistente. Offre sentori floreali tra cui la ginestra e sentori fruttati con prevalenza della mandorla che poi diventa corposo, gradevole ed elegante, al palato e infine secco e persistente. Ogni vino Sorrentino appare equilibrato ed armonico per le sensazioni di freschezza e di sapidità in equilibrio con quelle di morbidezza.
Oltre all’aspetto tecnico della degustazione, quanto è importante oggi il ruolo del sommelier come “narratore” del vino e del suo territorio?
Carmelo: Durante un evento (un’altra invenzione di Maria Paola) che si chiama affinità vulcaniche ho incontrato Alessio Inama, che provocatoriamente mi disse che la più grande tragedia del mondo del vino è aver incontrato il mondo dei Sommelier. Era appunto una provocazione per dire che il vino non è elite, non è sbarramento, non è carbonaro, ma racconto e divulgazione. Ho scritto ampiamente di questo su Nuovo Meridionalismo e cioè che nel mondo del vino si parla tanto. Si parla di terroir, di affinamenti, di verticali, di tannini e bouquet. Ma troppo spesso, a forza di parlare, si perde il filo della comunicazione. Chi ascolta – o meglio, chi dovrebbe ascoltare – si sente escluso, intimidito, persino annoiato. Il linguaggio del vino, quello ufficiale, codificato dai sommelier, ha finito per creare un solco tra chi “sa” e chi semplicemente ama bere bene. Un solco che oggi va colmato. In un recente articolo pubblicato su Civiltà del Bere, Sandro Camilli, presidente nazionale dell’AIS, ha lanciato un appello chiaro: serve un sommelier più pop. Pop non nel senso di superficiale o banalizzato, ma nel senso di popolare, vicino alle persone, capace di raccontare il vino con leggerezza, passione e immediatezza. Per Camilli, è tempo di cambiare tono e vocabolario, aprendo il mondo del vino a un pubblico più vasto, senza rinunciare alla competenza, ma imparando a mediare, a tradurre, a coinvolgere.
Chiudiamo l’intervista con un tono più leggero, guardando avanti e condividendo qualche sorriso.
C’è un progetto, un’iniziativa o un vino futuro di Sorrentino Vini che ti emoziona particolarmente e di cui puoi darci un’anticipazione?
Carmelo: Non è possibile seguire Maria Paola sulle iniziative, perché sono in continua evoluzione e tra l’altro non vorrei spoilerare, ma ti anticipo che tra qualche mese la Falanghina del Vesuvio avrà una nuova declinazione, una nuova etichetta. I Sorrentino sono riusciti a far riconoscere un vitigno da sempre a dimora nella loro proprietà in disciplinare, per cui ti anticipo l’invito a venire per la degustazione.
Qual è il tuo sogno nel cassetto a livello professionale o personale per i prossimi anni?
Carmelo: Vorrei citare Gramellini che dice : fai bei sogni. Anzi, fateli insieme. Insieme valgono di più. Per cui i miei sogni saranno a livello professionale in team con l’azienda che ha il pregio di non avere gerarchia, da un anno c’è stato l’inserimento di Umberto Rusciano, un grande professionista del vino e della narrazione con cui scambiamo, durante le cene sulla terrazza della cantina, stimoli e opinioni. Così a livello personale i miei sogni sono quelli che riesco a immaginare con la mia famiglia che è ciò che veramente mi manca qui, e le suggestioni al sunset di questo posto alimentano questa sofferenza.
Lavorando a stretto contatto con il pubblico e con il vino, capitano situazioni inaspettate. Ci racconti l’aneddoto più curioso o divertente che le è capitato durante un tour o una degustazione?
Carmelo: Su 20.000 ospiti che mediamente incontro ogni anno in tenuta può immaginare quante situazioni aneddotiche si siano verificate. In particolare ricordo che durante il racconto sul senso della resilienza e della visione al presente degli abitanti del Vesuviano, una signora mi chiese se vedevo il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Le risposi che quando nel bicchiere c’è acqua, per me è mezzo pieno, quando c’è vino è sempre mezzo vuoto…
Il Vino del Cuore: Se dovessi scegliere un solo vino di Sorrentino Vini per descrivere la sua personalità, quale sarebbe e perché?
Carmelo: Scelgo senza pensare un vino che mi emoziona. Un ragionamento può essere sbagliato, un’emozione no. Scelgo il Frupa Piedirosso in purezza, una storia d’amore giunta alla quarta generazione, una passione di famiglia con un forte legame con la terra e la produzione agricola, in particolare la viticoltura, e il desiderio di racchiudere in bottiglia l’anima più vera del territorio vesuviano. Il Piedirosso è il vino reliquia del vulcano e nasce dove la terra conserva ancora il respiro del fuoco. È un vino che affonda le sue radici nelle ceneri del Vesuvio, tra le stesse zolle che hanno custodito la memoria di Pompei, Ercolano e delle vigne di un mondo antico. È un vino reliquia, perché racchiude in sé il segreto della sopravvivenza: la forza di una pianta che è tornata a vivere dopo l’eruzione, come un cuore che continua a battere sotto la pietra. Il suo nome, “Piedirosso”, evoca la zampa del colombo e il colore del suolo che lo nutre — rosso di ferro, di fuoco e di sangue. È un vino che racconta il dopoterra, quel momento in cui la vita, dopo la distruzione, ricomincia a germogliare. È la voce delle radici antiche, dei vignaioli che tornano tra le lave, degli uomini che scelgono di restare. Un vino che non si impone, ma riemerge — come la natura stessa del Vesuvio, capace di rinascere in un equilibrio fragile e potente. Del resto Frupa non è solo vino. Nel rispetto della storia d’amore con la natura, la terra vesuviana e la sua storia, I Sorrentino coltivano anche la bellezza attraverso la creazione di una linea di cosmetici, frutto di un progetto ecosostenibile di economia circolare, volto al recupero e alla valorizzazione dei residui di vinificazione dell’uva Piedirosso.
Grazie infinite a Carmelo Sichinolfi per la tua disponibilità e per aver condiviso con i lettori di Mister Wine la tua passione e la sua esperienza. È stato un vero piacere.
Una curiosità, qual è il motivo che ti ha spinto ad accettare la proposta di intervista?
Carmelo: Seguivo già Mister Wine, e mi ha colpito la leggerezza della comunicazione e la profondità dei contenuti sviluppati insieme durante la degustazione. Perché ho accettato l’intervista? Sono onorato che tu me l’abbia chiesto, ma ho accettato perché durante il tour in vigna mi sono accorto che si era creata un’empatia per cui mi sentivo di camminare nelle tue scarpe…
Ed eccoci giunti alla fine di questo affascinante viaggio.
Ringrazio di cuore tutti voi lettori di Mister Wine per aver dedicato il vostro tempo e la vostra curiosità a questa storia, e per aver viaggiato con noi tra i filari ardenti del Vesuvio. La passione per il vino è una fiamma che brucia in ognuno di noi, e condividerla è il dono più bello.
Un ringraziamento speciale, carico di stima e gratitudine, va a Maria Paola Sorrentino e Carmelo Sichinolfi, per la sua disponibilità, la sua schiettezza e per averci aperto una finestra sul mondo vibrante di Sorrentino Vini. Le sue parole ci hanno ricordato che il vino non è solo un prodotto, ma un’emozione liquida, un pezzo di terra e di cielo racchiuso in un calice.
Che ogni sorso futuro possa raccontarvi una storia emozionante come quella che abbiamo appena condiviso.
Alla prossima avventura enologica,




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