Da fiero Napoletano, sono convinto che i Borbone, come tante dinastie che hanno dominato la mia città, hanno lasciato, a differenza delle altre dominazioni, un segno più evidente, più marcato. Si ricordano infatti tra la popolazione partenopea, con molto piacere, attribuendo a Napoli svariati primati. Sono arrivati con l’intento di dominare, ma come spesso capita quando si arriva a Napoli, alla fine si sono innamorati e lasciati dominare.
C’è un’immagine che ritorna spesso quando si parla dei Borbone: non quella dei saloni dorati o delle uniformi impeccabili, ma quella di un sovrano che cammina tra i filari, le mani dietro la schiena, il passo lento di chi osserva e ascolta. Perché nel Regno delle Due Sicilie la vigna non era solo agricoltura: era politica, identità, diplomazia, e perfino un modo di stare al mondo.
Ferdinando IV: il re che scappava a respirare la campagna
Tra tutti i sovrani borbonici, Ferdinando IV — il “Re Lazzarone”, come lo chiamavano con affetto e ironia — fu quello che più amò la terra. Non era un intellettuale raffinato come Carlo, né un modernizzatore metodico come Ferdinando II. Era un uomo istintivo, sanguigno, che trovava pace solo tra gli animali, gli orti e le vigne.
Un aneddoto lo racconta bene.
Si dice che durante una visita ufficiale a Portici, mentre ministri e dignitari lo attendevano per discutere affari di Stato, Ferdinando fosse improvvisamente scomparso. Dopo ore di ricerche, lo trovarono in una vigna della Reale Tenuta, seduto su un muretto di tufo, a parlare con un contadino di potature e di “come quest’anno il Piedirosso s’era fatto più capriccioso del solito”.
Il ministro delle Finanze, furioso, gli ricordò che c’erano documenti urgenti da firmare. Ferdinando, senza scomporsi, rispose: “Prima la vigna, poi i fogli. I fogli non muoiono se li lasci soli, la vigna sì.”
Era un’esagerazione, certo. Ma rivelava una verità: per i Borbone, la terra era un organismo vivo, da capire e proteggere.
L’aneddoto di corte che pochi conoscono
Tra le storie che circolavano a palazzo, ce n’era una che i servitori raccontavano sottovoce, quasi fosse una piccola leggenda domestica. Una sera d’autunno, durante un ricevimento alla Reggia di Caserta, Ferdinando IV decise di far servire agli ospiti un Piedirosso giovane, appena spillato da una botte arrivata da Portici.
Un ambasciatore austriaco, abituato ai vini del Danubio, lo assaggiò e commentò con sufficienza: “Interessante… ma un po’ troppo selvatico.”
Ferdinando lo guardò, sorrise appena e gli disse: “È selvatico perché è vivo. Come noi. Se vuole qualcosa di addomesticato, c’è l’acqua.”
La sala rimase in silenzio per un istante, poi scoppiò in una risata generale. L’ambasciatore, colto alla sprovvista, arrossì… ma chiese un secondo bicchiere. Da quel giorno, raccontavano i camerieri, ogni volta che tornava a Napoli pretendeva “quel vino selvatico del re”.
Un aneddoto intimo: il bicchiere nascosto
C’era però un episodio più intimo, quasi tenero, che pochi conoscono. Ferdinando aveva l’abitudine di tenere, nella sua stanza privata a Portici, una piccola bottiglia di Piedirosso avvolta in un panno di lino. Non era destinata agli ospiti né ai banchetti: era “il suo vino”.
Una notte, durante un temporale violento, un giovane paggio lo trovò sveglio, seduto vicino alla finestra, mentre sorseggiava quel vino guardando il Vesuvio illuminato dai lampi. Il ragazzo, imbarazzato, gli chiese se volesse che chiamasse le guardie.
Ferdinando rispose piano: “No, resta. Questo è il vino che mi ricorda chi ero prima di diventare re.”
Il paggio, anni dopo, raccontò che fu la prima volta in cui vide il sovrano non come un monarca, ma come un uomo.
Il Piedirosso: il vitigno che racconta un regno
Tra i vitigni che più affascinarono la corte borbonica, il Piedirosso occupava un posto speciale. Non solo per il vino che produceva — fragrante, vulcanico, nervoso — ma per la sua natura quasi poetica.
Il nome deriva dal colore rosso delle sue estremità, simili alle zampe di un colombo. E proprio come un colombo, il Piedirosso era imprevedibile: amava il sole ma temeva il vento, cresceva forte ma poteva spezzarsi facilmente, dava vini generosi solo a chi sapeva ascoltarlo.
Ferdinando IV ne era affascinato. Lo considerava un simbolo del suo popolo: resistente, passionale, a volte difficile, ma capace di emozionare come pochi.
Un giorno, raccontano le cronache di corte, il re assaggiò un Piedirosso particolarmente riuscito, prodotto nelle vigne vesuviane di Portici. Lo sorseggiò, chiuse gli occhi e disse: “Questo vino è come Napoli: se lo capisci, non lo lasci più.”
Da quel momento, volle che il Piedirosso fosse servito in tutte le occasioni diplomatiche importanti. Non per ostentazione, ma per orgoglio.
Un aneddoto politico: il vino che fermò una disputa
Durante una trattativa delicata con un emissario inglese — si discuteva di dazi portuali e concessioni commerciali — la tensione era tale che i funzionari temevano un fallimento. Le posizioni erano rigide, gli animi tesi.
Ferdinando, invece di alzare la voce, fece portare due calici e una bottiglia di Piedirosso del Vesuvio. Ne versò uno all’emissario e disse: “Prima beviamo questo. Poi decidiamo se litigare.”
L’inglese, sorpreso, accettò. Dopo il primo sorso, sorrise. Dopo il secondo, la discussione cambiò tono. Non fu il vino a risolvere la questione, certo, ma fu il vino a ricordare a entrambi che stavano parlando tra uomini, non tra bandiere.
La trattativa si chiuse con un compromesso favorevole al regno. E l’emissario, tornando a Londra, portò con sé una cassa di Piedirosso “per uso diplomatico”, come scrisse ironicamente in una lettera.
La vigna del Vesuvio: un laboratorio a cielo aperto
Tra tutte le vigne reali, quella che più rappresentava lo spirito borbonico era la vigna del Vesuvio, un mosaico di terra nera, pietre calde e filari che sembravano arrampicarsi verso il cielo.
Qui, tra Portici and Torre del Greco, i Borbone avevano creato un vero laboratorio agronomico. Non era raro vedere studiosi, botanici e agronomi camminare tra i filari con taccuini e strumenti di misurazione. Si sperimentavano:
nuovi sistemi di allevamento
tecniche di drenaggio per i terreni vulcanici
selezioni massali dei vitigni autoctoni
metodi di conservazione e trasporto del vino
Un episodio curioso riguarda un giovane agronomo francese invitato a studiare i suoli vesuviani. Dopo giorni di analisi, dichiarò che quella terra era “troppo estrema” per produrre vini eleganti. Ferdinando, che aveva ascoltato in silenzio, lo portò davanti a una botte di Lacryma Christi e gli fece assaggiare il vino.
Il francese rimase in silenzio per un minuto intero. Poi disse: “Allora è la terra che comanda, non noi.”
Ferdinando rise: “Finalmente l’hai capito.”
Il vino come memoria di un regno
Oggi, quando si cammina tra le vigne del Vesuvio o si assaggia un Piedirosso ben fatto, si sente ancora l’eco di quella stagione borbonica. Non è nostalgia, ma consapevolezza: molte delle pratiche, delle intuizioni e perfino delle vigne che oggi consideriamo “tradizionali” sono figlie di quel periodo.
I Borbone non furono solo sovrani: furono custodi di un paesaggio, promotori di una cultura agricola, interpreti di un territorio che parlava attraverso la vite.
E forse è per questo che il loro legame con il vino continua a emozionare. Perché il vino, come la storia, non è mai solo un prodotto: è un racconto. E i Borbone, nel bene e nel male, seppero raccontarlo con una voce che ancora oggi risuona.
E allora sì, alla fine di questo viaggio tra re, vigne e vulcani, resta una certezza semplice e potente: noi napoletani abbiamo il privilegio di vivere in un luogo dove la storia non è mai finita, ma continua a fermentare.
I Borbone, con tutti i loro limiti e le loro grandezze, avevano capito una cosa che ancora oggi ci appartiene: che il vino non è un prodotto, ma un carattere. Che la terra non è un possesso, ma un’eredità. Che il Vesuvio non è una minaccia, ma un padre severo e generoso.
E quando cammini tra i filari neri di cenere, quando senti il profumo del Piedirosso che sale dal bicchiere come un ricordo, quando guardi quel cono immenso che domina tutto… capisci che questa storia non poteva nascere altrove.
Perché il vino del Sud non è solo buono: è nostro. È Napoli. È identità. È orgoglio.
E allora, mentre chiudo queste righe, mi viene naturale pensare che forse Ferdinando IV, seduto su quel muretto di tufo a parlare con un contadino, non stava scappando dai doveri di corte. Stava semplicemente tornando a casa. Come facciamo tutti noi, ogni volta che alziamo un calice e sentiamo, dentro, la voce antica della nostra terra.
Un sorso di Piedirosso, un respiro di Vesuvio, un pensiero ai Borbone. E Napoli che, come sempre, non smette mai di raccontarsi.


