Oltre il calice: Viaggio nell’Irpinia giovane della Famiglia Ciccone Lo Conte


Oggi ho il piacere di portarvi in un angolo d’Italia che racchiude un’anima forte e autentica: l’Irpinia

In questa intervista, ho avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con Cristian Ciccone, di Ciccone Lo Conte, una realtà giovane, dinamica e profondamente legata al proprio territorio, che sta iniziando a farsi notare, in un mondo dove spesso comandano i nomi famosi e blasonati, cresce un’energia nuova, giovani che riscoprono la campagna, con entusiasmo, attenzione al passato e idee fresche.

Il loro progetto è un affascinante equilibrio tra radici profonde e uno sguardo rivolto al futuro, dove i vitigni autoctoni come il Fiano, il Greco e l’Aglianico trovano nuova linfa vitale.

Ho avuto il piacere di conoscere Cristian, e in questa chiacchierata, vivace, ho riscoperto l’attaccamento alla terra dove lavora, che comincia a far parlare di sé grazie ai suoi vini ben fatti e con carattere. La sua idea mixa tradizione e novità in modo curioso: uve locali tipo Fiano e Aglianico ripartono con una marcia diversa.

Sedetevi tranquilli, prendete un bicchiere di quel vino che vi piace tanto – ora vi racconto com’è fatto il mondo di Ciccone Lo Conte.

L’Anima e la Storia.

Per chi non vi conoscesse, come nasce ” Famiglia Ciccone Lo Conte” e qual è il legame profondo che vi unisce alla vostra terra?
Un saluto a tutti voi, e grazie a te Giovanni per avermi dato la possibilità di raccontare la nostra piccola realtà. Siamo una famiglia radicata da generazioni ad Ariano Irpino, in Irpinia. La nostra storia non è nata da una “scoperta recente”: la terra per noi è vita, è memoria. Coltiviamo da sempre, ma abbiamo deciso di dare forma concreta al nostro amore per la campagna con l’azienda agricola. Ogni vite, ogni ulivo, è per noi un capitolo della nostra storia familiare.

Siete una realtà giovane, ma con radici evidenti. Qual è stato il momento esatto in cui avete deciso di trasformare la passione di famiglia in un progetto imprenditoriale vero e proprio?
Non è stato un momento fulminante, quanto piuttosto un processo naturale: cresceva la consapevolezza che avevamo un patrimonio di vigne e uliveti con grande potenziale. Abbiamo cominciato con piccoli passi, valorizzando la qualità più che la quantità, fino a quando abbiamo deciso di commercializzare i nostri vini e olio con il marchio di famiglia. In qualche modo, è stato un passaggio “di generazione in generazione” ma anche di trasformazione: da coltivatori a custodi e produttori consapevoli.

Il nome “Ciccone Lo Conte” ha un suono unico e tradizionale. C’è una storia o un significato particolare dietro la scelta del nome per l’azienda?
Il nome unisce due famiglie (o due rami): “Ciccone” e “Lo Conte”. Indica proprio questo legame, la fusione di storie, tradizioni e radici diverse ma complementari. È un nome che parla di eredità familiare e di continuità, ma anche di responsabilità: il nostro cognome è parte della nostra identità.

Qual è la vostra filosofia di base? Se doveste descrivere l’approccio dell’azienda alla viticoltura con una sola parola, quale sarebbe e perché?
Se dovessimo scegliere una parola, diremmo “rispetto”. Rispetto per la terra, per le uve, per il territorio. E rispettare vuol dire anche prenderci il tempo giusto: non forziamo la natura, ma la accompagniamo, con pratiche sostenibili e metodi artigianali.

Avete scelto di lavorare in un settore che richiede pazienza, fatica e un pizzico di follia. Qual è stata la reazione più scettica che avete ricevuto da amici o parenti quando avete annunciato: “Da oggi facciamo vino per davvero!”?
Immagino che qualcuno abbia detto: “Ma non sarebbe più semplice vendere l’uva a qualcuno già avviato?”. È facile pensare che fare vino sia un rischio, che ci vogliano troppi investimenti, che il mercato sia difficile. E sì, abbiamo sentito quelle frasi. Ma per noi il vino non è solo un business: è un’eredità, un modo per esprimere chi siamo come famiglia.

L’Irpinia è una terra complessa e affascinante. Qual è l’aspetto meno conosciuto o il “segreto” del vostro territorio che vorreste far scoprire a chi beve i vostri vini lontano da qui?
Molti pensano all’Irpinia come a una zona “rigida”, con vini austeri. Ma c’è anche una dolcezza legata alle colline, al microclima, alla varietà dei suoli: suoli vulcanici, argillosi, sabbiosi. Il segreto è che ogni parcella può raccontare una storia diversa, e nei nostri vini cerchiamo di mantenere quell’identità unica: minerale, saporita, autentica.

Nel Cuore della Produzione.

Quali sono le varietà su cui si concentra maggiormente la vostra produzione e perché questa scelta?
Ci concentriamo su vitigni autoctoni tipici dell’Irpinia: Aglianico per i rossi e Fiano per i bianchi. L’Aglianico ci permette di esprimere struttura, longevità e profondità, mentre il Fiano dà freschezza, profumi eleganti e mineralità. Queste uve non sono solo tradizione: sono la nostra voce nel calice.

Che tipo di approccio adottate nella gestione delle vigne? Siete orientati verso pratiche biologiche, sostenibili o biodinamiche?
Adottiamo pratiche eco-sostenibili. Non dichiariamo necessariamente di essere “biodinamici”, ma puntiamo su metodi che riducono l’impatto ambientale, curiamo la vita del suolo, e selezioniamo con attenzione le uve per mantenere alta la qualità.

Qual è, a vostro avviso, il momento più delicato o cruciale del processo di vinificazione?
Probabilmente la fermentazione: è lì che l’anima dell’uva si trasforma. Se la fermentazione è gestita male, perdi freschezza, perdi tipicità. È un momento dove serve equilibrio tra controllo tecnico e rispetto della spontaneità della materia prima.

Sperimentazione e tradizione convivono? C’è una tecnica particolare o un tipo di affinamento che preferite o che state testando?
Sì, cerchiamo sempre il bilanciamento: usiamo affinamenti in barrique di rovere per i rossi (per dare struttura e rotondità), mentre usiamo l’acciaio come contenitore inerte per i bianchi adottando fermentazioni spontanee. Questo ci consente di mantenere la tradizione ma anche di valorizzare l’individualità di ogni vino e di non alterare troppo l’espressione del terroir.

Avete un vino “bandiera”, quello che considerate il più rappresentativo della vostra azienda? Quali sono le sue caratteristiche distintive?
Non dichiarano un solo “bandiera” in modo esplicito, ma tra le etichette principali ci sono il Fiano di Avellino DOCG e un blend rosso di Aglianico + Syrah, oltre allo spumante Brut Rosé “Mariaspina”. Il Fiano è rappresentativo per la sua eleganza e freschezza; l’Aglianico-Syrah parla del nostro terroir più strutturato e profondo; lo spumante invece mostra il nostro spirito innovativo.

Il Calice e la Vita.

Il momento della vendemmia è sempre magico ma faticoso. Qual è la colonna sonora ideale per accompagnare una lunga giornata di raccolta delle uve?
Potrà sembrare insolito, ma spesso immaginiamo la vendemmia accompagnata da Rocket Man di Elton John. È una canzone che ha qualcosa di sospeso, di sognante: parla di distanza, di viaggio, di impegno silenzioso. E in fondo la vendemmia è proprio questo: un lavoro che fai con lo sguardo rivolto lontano, verso ciò che diventerà il frutto che è nelle tue mani. Il ritmo morbido e la melodia ampia ti danno respiro nei momenti più faticosi, e allo stesso tempo ti ricordano che ogni grappolo raccolto è un piccolo passo verso un “lancio” che avverrà molti mesi dopo, quando il vino prenderà finalmente vita nel bicchiere.

Qual è il piatto irpino (o italiano) che amate di più abbinare alle vostre etichette?
Il Fiano si presta magnificamente ad accompagnare una vasta gamma di antipasti o primi piatti a base di pesce. La sua fragranza floreale e le note di frutta a polpa bianca si sposano alla perfezione con fiori di zucca ripieni di ricotta o spaghetti alle vongole. Mentre per il blend di aglianico e syrah si potrebbe abbinare a delle castagne di Montella fatte alla brace e glassate con uno sciroppo al miele per un vero tripudio di sapori morbidi e setosi. Per ultimo, lo spumante brut Mariaspina con la sua freschezza e acidità andrebbe bene con un classico tagliere di formaggi e salumi irpini, dal capocollo al provolone affumicato.

C’è un vino di un altro produttore (italiano o straniero) che bevete con piacere, magari come fonte di ispirazione?
Assolutamente sì. Amiamo confrontarci con chi ha saputo portare il lavoro artigianale a livelli iconici. Tra i produttori che ci ispirano ci sono Josko Gravner, con la sua visione radicale e il coraggio di dare tempo vero al vino; Emidio Pepe, maestro nella purezza e nella longevità delle sue bottiglie; e Arianna Occhipinti, capace di interpretare la sua terra con sensibilità, eleganza e una sincerità produttiva che ammiriamo profondamente. Tre mondi diversi, un unico filo conduttore: lasciare che sia il vino a parlare.

Immaginate di dover descrivere i vostri vini a un neofita assoluto, usando solo tre aggettivi. Quali usereste?
Autentici, eleganti, terreni.

Un messaggio o un invito che volete lasciare ai lettori di Mister Wine e a chi si avvicina per la prima volta ai vostri vini.
Venite a bere i nostri vini: sono il linguaggio sincero della nostra terra Irpina, plasmati da mani artigiane e da un territorio che non ha bisogno di ornamenti.

“In cantina è più difficile domare i lieviti… o le domande dei visitatori che si improvvisano sommelier?”
Sicuramente i lieviti sono imprevedibili, ma anche le domande sono belle: ci ricordano quanto amore le persone possono avere per il vino. E accogliamo entrambe con entusiasmo.

“In Irpinia si dice che il vino è pazienza: quanta ne serve per far capire ai clienti che non tutto può essere pronto ‘prima dell’estate’?”
Tanta. Serve pazienza, ma anche educazione: il vino non è un prodotto usa e getta. Quando un vino ha bisogno di tempo, è perché deve crescere, maturare, farsi comprendere.

“Quando dite che un vino ha ‘carattere’, state parlando dell’uva… o di voi che l’avete allevata?”
Entrambi. Il “carattere” è nella vite, nel terreno, nel clima — ma anche in noi, nella cura che mettiamo, nelle scelte che facciamo. Senza di noi quel carattere non emergerebbe.

Se i vostri vini potessero parlare, quale frase celebre (di un film, una canzone o un libro) userebbe ciascuno per descriversi?

ll Fiano: “La dolce vita.” – film di Federico Fellini. Un sorso elegante, luminoso, pieno di grazia.

L’AglianicoSyrah: “Il vino è il canto della terra verso il cielo” – celebre aforisma del critico enogastronomico Luigi Veronelli. Espressione del territorio più vera, atto di fede nelle potenzialità del nostro microclima.

Mariaspina Brut Rosé: “Volevo essere un duro.” – canzone di Lucio Corsi. Giovane, brillante, un po’ romantico.

Come ogni bella storia che si racconta, siamo arrivati alla fine di questo bel giro tra i vigneti dell’Irpinia firmata Ciccone Lo Conte. Scoprire la passione, il lavoro costante e le idee chiare dietro questa realtà così fresca è stata una bella sorpresa.

Grazie davvero a tutta la famiglia Ciccone Lo Conte e a Christian, per essere stati così aperti, onesti e per averci raccontato della loro vita e del fuoco che li guida. Che il domani vi porti tante belle conquiste e, senza dubbio, bottiglie strepitose da stappare.

Un grazie particolare, anche a voi che leggete Mister Wine e ci seguite da tempo. Spero che questa chiacchierata vi abbia stuzzicato la curiosità. Magari ora avrete voglia di aprire una bottiglia di Ciccone Lo Conte non appena se ne presenta l’occasione.  Vale davvero la pena provarlo!

Restate sintonizzati sul blog, così non vi sfuggono le prossime storie e chiacchierate dal mondo del vino.

Alla salute… a presto col nuovo pezzo!

Articolo a cura di: Mister Wine – Giovanni Scapolatiello – Sommelier Ais Italia 

 

Famiglia Ciccone Lo Conte

indirizzo: C.da Acquazzuolo, 19
83031 ARIANO IRPINO (AV)

Telefono: +39 0825 456192

info@cicconeloconte.it

giomisterwine@gmail.com

Instagram @giomisterwine

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