Un viaggio nelle regioni che non fanno rumore, ma che custodiscono storie, vitigni e paesaggi che meritano di essere ascoltati.
Dopo la forza aragonese di Campo de Borja, la rusticità sincera di Utiel‑Requena, la profondità atlantica del Bierzo e la luce minerale di Valdeorras, il mio cammino si spinge ancora più a nord, dove la Spagna cambia volto e diventa verde, verticale, umida, quasi celtica.
Ogni tappa è stata un incontro: con un vitigno, con un paesaggio, con un modo diverso di intendere il vino. Oggi arriviamo in un luogo che sembra voler sfuggire alle mappe: Cangas, nelle Asturie.
Una viticoltura che non chiede attenzione, ma che la merita tutta. Una viticoltura che resiste, che si aggrappa ai pendii, che parla piano ma arriva lontano. E da qui, da questo nord che profuma di bosco e pioggia, il nostro viaggio continuerà verso altre regioni Spagnole meno conosciute: Arribes, Méntrida, Almansa… territori che aspettano solo di essere ascoltati.
Cangas del Narcea è un territorio che non somiglia a nessun altro è un angolo di mondo dove la viticoltura è un gesto quasi eroico. Le vigne si arrampicano su pendii ripidissimi, tra boschi fitti, rocce scure e un verde che sembra non finire mai.

Qui il clima è atlantico, umido, imprevedibile. Non c’è nulla di facile. E proprio per questo, tutto è autentico. Un vecchio vignaiolo del posto dice: “Qui non si coltiva la vite: la si convince.” E in quella frase c’è tutta Cangas.
Chicche dal territorio
Le vigne più antiche non hanno un’età precisa. Gli anziani del paese dicono “più di cento anni”, ma nessuno lo sa davvero. Sono sopravvissute a guerre, abbandoni, frane, e continuano a dare grappoli piccoli e concentrati.
Molte parcelle sono raggiungibili solo a piedi. Alcune hanno nomi che sembrano usciti da un romanzo: La Zorrina, El Carrascal, La Picarona.
La viticoltura qui è stata quasi dimenticata negli anni ’80. Poi un gruppo di ostinati ha deciso che quel patrimonio non poteva sparire. Oggi, grazie a loro, Cangas è una DO emergente.
Il vino si faceva già nel Medioevo. I monaci del monastero di Corias coltivavano la vite per necessità liturgiche, ma anche per commercio. Oggi quel monastero è un Parador, e la cantina storica è ancora visitabile.
I vitigni: un patrimonio quasi segreto
La magia di Cangas sta soprattutto nei suoi vitigni, alcuni dei quali sopravvissuti per miracolo.
Vitigni rossi:
Albarín Negro – elegante, speziato, vibrante.
Carrasquín – scuro, terroso, profondo.
Verdejo Negro – niente a che vedere con il Verdejo bianco castigliano: qui è un rosso rustico e sincero.
Mencía – presente, ma con un carattere molto diverso rispetto al Bierzo: più fresco, più nervoso.
Vitigni bianchi:
Albarín Blanco – aromatico, luminoso, sorprendente.
Albillo – morbido, delicato, quasi vellutato.
Sono uve che raccontano un’altra Spagna: quella che non ha paura di essere diversa.
Produttori da scoprire (senza classifiche, solo suggerimenti narrativi)
Monasterio de Corias
Il simbolo della rinascita. Lavorano con vitigni autoctoni, recuperano parcelle storiche e producono vini che uniscono tradizione e precisione. Il loro Carrasquín è un viaggio nel sottobosco asturiano.
Bodega Vidas
Giovani, appassionati, testardi. Hanno creduto in Cangas quando nessuno ci credeva più. Il loro Albarín Negro è una lama di freschezza e spezia.
Antón Chicote (La Verdea)
Un artigiano vero. Piccolissime produzioni, parcelle quasi verticali, vini che sembrano parlare la lingua del vento. Da provare il suo Verdejo Negro, un rosso che non assomiglia a nulla.
Dominio del Urogallo
Un progetto che ha portato Cangas all’attenzione internazionale. Vini puri, vibranti, profondi. Il Pésico è un manifesto del territorio. Il vino: verticalità, freschezza, bosco
I vini di Cangas non cercano di piacere a tutti. Sono vini che parlano la lingua del territorio: freschi, tesi, profondi, con un carattere quasi “montano”.
Nei rossi ritrovi note di frutti scuri, pepe, sottobosco, foglie bagnate. Nei bianchi, agrumi, fiori bianchi, erbe spontanee, una salinità inattesa. Sono vini che non urlano: sussurrano. Ma quel sussurro resta.

Un aneddoto che racconta tutto
Si dice che, fino a pochi decenni fa, durante la vendemmia, gli abitanti di Cangas portassero l’uva a valle con piccole barche di legno fatte scivolare lungo i pendii erbosi. Un metodo rudimentale, rischioso, ma necessario. Oggi non si fa più, ma quell’immagine racconta perfettamente lo spirito del luogo: fare vino qui è un atto di coraggio, ma anche di poesia.
Perché Cangas è una tappa fondamentale della mia rubrica?
Perché rappresenta l’essenza stessa del mio viaggio: un luogo marginale, una storia di resistenza, un vino che nasce dalla fatica e dalla bellezza, un’identità che non si piega alle mode.
Cangas è la dimostrazione che il vino non è solo prodotto: è cultura, memoria, gesto umano.
Grazie per aver camminato ancora una volta con me in questa Spagna meno battuta, fatta di silenzi, pendii, vitigni dimenticati e storie che meritano di essere raccontate.
La mia rubrica continua: nella prossima tappa ci sposteremo verso un altro territorio che vive ai margini, ma che custodisce un’anima luminosa.
Alla prossima regione, alla prossima storia, al prossimo calice.
Mister Wine – Giovanni Scapolatiello – Sommelier Ais Italia


