Gut Oggau: i celebri vini naturali austriaci dalle etichette d’autore
Gut Oggau: vini naturali austriaci con i volti in etichetta
La famiglia nella bottiglia: storia di Gut Oggau
C’è un momento, in ogni enoteca che si rispetti, in cui lo sguardo si ferma su un volto. Non è una fotografia e non è un’etichetta nobiliare con castello e stemma. È un ritratto a tratto continuo, una faccia che potrebbe essere quella di una zia severa, di un nonno che la sa lunga, di una ragazzina che sta per combinarne una delle sue. Sotto, un nome: Theodora, Bertholdi, Winifred. Il vino, quasi, passa in secondo piano. Si compra prima la persona.
Questa persona, in realtà, è un vino. Siamo a Oggau, in Burgenland, sul lato orientale dell’Austria, dove il lago di Neusiedl smorza il caldo pannonico e il confine con l’Ungheria è a un tiro di schioppo. E Gut Oggau, la tenuta di Eduard Tscheppe e Stephanie Tscheppe–Eselböck, ha fatto di una trovata che sembrava bizzarra uno dei linguaggi più riconoscibili del vino naturale contemporaneo.

Due famiglie, una tenuta abbandonata
Nel 2007 Stephanie ed Eduard rilevarono la storica proprietà “Weingut Wimmer” a Oggau. Il posto era rimasto senza cure per circa un anno, i terreni non venivano lavorati da oltre vent’anni, per cui di chimica nel suolo non c’era più traccia. Una condizione che per molti sarebbe una zavorra e che per loro, volendo coltivare in biodinamica, fu quasi una pagina bianca. Oggi la tenuta è certificata Demeter e conta, tra i 13 e i 14 ettari.
I due arrivavano da mondi diversi. Eduard viene da una famiglia di vignaioli della Stiria. I genitori erano produttori convenzionali ormai in pensione, ma lui quei metodi non li ha mai fatti suoi. Stephanie è invece figlia di una famiglia che con il vino parla dall’altra parte del tavolo: sua sorella Barbara è co-proprietaria e sommelier dell’hotel e ristorante Taubenkobel, istituzione della cucina pannonica a Schützen am Gebirge, e sua madre Eveline fu tra le pioniere dei vini naturali in Austria. Lui la terra, lei la tavola, e in mezzo una convinzione condivisa: lasciare che la vigna facesse la vigna.
Il problema delle etichette
Qui la storia prende la piega che la rende raccontabile. Con i primi vini in cantina, i due notarono una cosa semplice e un po’ spiazzante: i vini non si assomigliavano per niente. Ognuno aveva un temperamento. Così, invece di battezzarli per uva o per vigna, decisero di trattarli come persone, e di costruirci sopra una famiglia di tre generazioni. I nonni sono Mechthild e Bertholdi; i genitori Joschuari, Emmeram, Timotheus e Josephine; i figli Atanasius, Theodora e Winifred.
A disegnare i volti fu un amico artista, a partire dai profili caratteriali che Stephanie ed Eduard gli descrivevano. I più giovani hanno lineamenti giovani, i più vecchi un’aria da chi ne ha viste. Sul retro, la parte che nessuno si aspetta: i rapporti tra i membri, a volte affettuosi e altre volte litigiosi, vengono raccontati con dettagli da soap opera. Leggere la controetichetta di una bottiglia come si sfoglia un romanzo d’appendice è un’esperienza che il vino raramente concede.

Quando nessuno ci credeva
La versione patinata di questa vicenda sarebbe un successo immediato. Quella vera è più sudata. Stando a quanto raccontano gli stessi produttori, all’inizio in Austria non interessava a nessuno: le etichette furono considerate un disastro, anche perché, oltre all’aspetto esotico, non riportavano nemmeno le varietà. In un paese con una tradizione enologica seria e molto codificata, un volto al posto del vitigno suonava come una provocazione, o peggio come una svista.
Così partirono all’estero e bussarono porta dopo porta. Anni di giri, degustazioni, tavoli improvvisati. Il risultato è che oggi i vini sono distribuiti in 66 paesi, e il ritratto con il nome sotto compare nei menu di ristoranti e wine bar di mezzo mondo. La cosa buffa è che il successo non è nato da un’operazione di marketing studiata a tavolino. Per loro stessa ammissione, all’inizio non immaginavano che le etichette avrebbero avuto un impatto simile. La gente, però, le riconosce al volo, e Stephanie lo dice con un certo orgoglio: vedi l’etichetta e sai che è Gut Oggau.
Una famiglia che cresce (e che a volte sbuffa)
La famiglia non è rimasta ferma. Sono arrivati Cecilia, Eugenie ed Edmund, più difficili da trovare degli altri. Ci sono le linee Maskerade, che nascono dalle vigne giovani, e le cuvée generiche Gut Oggau Rot e Weiss. Esistono perfino i vini che nascono per capriccio della natura: uno dei membri della famiglia, racconta Punch, fu messo in bottiglia da spumante per paura di una rifermentazione. “È un vino fermo con un accenno di frizzante”, ha detto Eduard, con la tranquillità di chi sa che un carattere si può assecondare, non raddrizzare.
Nel bicchiere, il tono è quello del naturale senza proclami: succhi vivi, spesso senza solfiti aggiunti, con una nitidezza di frutto che ha convinto più di un critico. Il Blaufränkisch di Josephine e Bertholdi gioca sul minerale e sul teso; i bianchi come Theodora, da Grüner Veltliner e Welschriesling, vanno più sul fresco e sul leggero contatto con le bucce. Chi si aspetta il capriccio fricchettone resta spiazzato: c’è rigore, sotto la poesia.

Si può discutere a lungo sul fatto che la personificazione del vino sia un’invenzione geniale o una furbizia ben riuscita. La mia impressione è che funzioni perché è onesta. Dare un nome a un vino come a un figlio significa assumersene la responsabilità: non puoi nasconderti dietro la denominazione, l’annata o il vitigno. Il vino, bene o male, è quello che è, e ha la faccia che ha.
E c’è un’altra ragione, più semplice. Il vino ha un problema cronico di accessibilità: l’intimidazione del lessico, l’ansia di non conoscere il vitigno giusto. Una faccia disegnata e una storia di famiglia abbassano la guardia. Ti dicono: siediti, ti presento qualcuno. È una forma di ospitalità, e probabilmente non è un caso che a farla siano due persone cresciute a cavallo tra la cantina e la sala da pranzo.
A diciannove anni dalla prima vendemmia, Gut Oggau è passato da stranezza a classico moderno. La prossima volta che vi capita di fermarvi davanti a uno di quei volti, provate a girare la bottiglia e a leggere cosa si dicono i parenti. Poi stappate, e giudicate se la faccia ha mantenuto le promesse.
Sono Giovanni Scapolatiello conosciuto come Mister Wine, sommelier Ais e questo è il mio modo di raccontare il vino.
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