Olivier Cousin: il cavallo davanti al tribunale

Olivier Cousin
Photo Credit to: Wayward Imports

Olivier Cousin: il cavallo davanti al tribunale

Non capita tutti i giorni di vedere un imputato presentarsi in tribunale e uscire accompagnato da un cavallo da tiro. Eppure, è successo, quando un vignaiolo biodinamico Olivier Cousin uscì dal palazzo di giustizia di Angers, la provocazione era tutt’altro che un colpo di teatro fine a se stesso. Dietro quel gesto apparentemente surreale si nascondeva una delle battaglie più calde e identitarie del mondo del vino moderno: lo scontro frontale tra la burocrazia rigida delle denominazioni d’origine e la libertà assoluta dei produttori artigianali. Accusato di aver utilizzato la menzione “Anjou” senza averne il diritto, Cousin ha trasformato un’aula di tribunale nel palcoscenico di un processo al sistema stesso, diventando il simbolo globale della resistenza del vino naturale. 

Il 5 marzo 2014 era un mercoledì e davanti al tribunale di Angers, nella Loira, si faceva un picnic. Duecento, forse duecentocinquanta persone, con vino, cartelli e qualcosa da mettere sotto i denti. Dentro l’aula, intanto, un vignaiolo di Martigné–Briand rischiava una multa di cinquemila euro per sei capi d’accusa di etichettatura scorretta. Quando l’udienza finì, l’imputato uscì a cavallo.

Su come andò esattamente, le versioni non coincidono. Un cronista lo vide scendere a pelo i gradini del palazzo di giustizia; un altro scrisse più sobriamente che raggiunse i sostenitori in sella. Lui, anni dopo, ha raccontato di un carretto pieno di bottiglie e di trecento persone in festa. Sono tre racconti della stessa scena e nessuno è inverosimile, perché Olivier Cousin ara le vigne coi cavalli e, per dire a mezza Francia che con la burocrazia aveva un problema, ha scelto di presentarsi nel modo che più gli somigliava.

Il suo reato, a voler essere pignoli, era una parola. «Anjou», stampata sull’etichetta di un rosso di Cabernet Franc, che da quelle parti si chiama Breton. Questa è la storia di come una parola su una bottiglia sia diventata un caso internazionale, e di che cosa racconti del rapporto fra chi il vino lo fa e chi lo regola.

Un ragazzo di città con la moto

Cousin non nasce vignaiolo, o meglio: nasce in una famiglia che lo era stata e che se n’era dimenticata. Cresce ad Angers, figlio di un ingegnere che per sua stessa ammissione non amava il mondo contadino. Lui e i fratelli non sapevano nemmeno che i nonni fossero viticoltori; le vigne, da bambini, non le andavano mai a vedere. Racconta che la famiglia della nonna nel 1900 possedeva trecento ettari, ma è un ricordo di famiglia da prendere con le molle e non un dato d’archivio.

La svolta ha una data minuscola: i sedici anni e la prima moto. Con quella comincia a farsi vedere a Martigné–Briand, un paese del Maine–et–Loire dove i nonni coltivano la terra. Chiede di visitare la cantina, e non è del tutto disinteressato: vuole portarci gli amici a far festa. D’estate lavora per loro, per mettere insieme qualche soldo. A diciotto anni vive più dai nonni che a casa, prende un diploma di viticoltura per imparare le basi e capisce una cosa che lo accompagnerà: in campagna non c’è bisogno di pensare troppo, c’è bisogno di alzarsi presto e di accorgersi di che cosa chiede la stagione.

A scuola, dice, alla domanda su che cosa volesse fare da grande rispondeva che voleva essere libero. Lì conosce anche Claire, la futura moglie. Si sposano, vanno a vivere in una casa sulla terra dei nonni e nel 1984 si considera ufficialmente vigneron. Quando la nonna Clothilde muore, lui ha venticinque anni e si ritrova con diciassette ettari di vigna. Prima di andarsene, gli aveva fatto promettere di prendersene cura. Lui la chiama ancora «la vigna di mia nonna».

Il nonno, intanto, gli aveva lasciato in eredità una regola che in paese suonava eccentrica: niente veleni. Negli anni in cui nella zona arrivavano le prime macchine per vendemmiare e il glifosato diventava normale, i Cousin erano gli unici del villaggio a rifiutarlo.

Le macchine, i debiti, i cavalli

Dopo la morte del nonno, nel 1992, Cousin fa quello che facevano tutti. Compra: una vendemmiatrice, un impianto per raffreddare, una pigiatrice, perfino una macchina per applicare le etichette che gli costa una fortuna, ma lo Stato aiutava a comprare e dire di no, in quel momento era difficile, oramai la tecnologia era di moda, le persone si sostituivano con le macchine.

Il guaio è che la produzione per ettaro schizzava ovunque e il prezzo del vino sfuso crollava. Lui si ritrova con una cantina piena di acciaio e una montagna di debiti. Poi succede un evento che lo cambia: la vendemmiatrice resta impantanata e gli operai, che già non la sopportavano, scendono in strada nel paese al grido di «morte alla macchina». Cousin ripensa alle parole del nonno. Nel 1994 vende la vendemmiatrice e decide di tornare a coltivare come si faceva in famiglia; l’anno dopo ottiene la certificazione biologica.

Ci mette anni a ripagare i debiti e sceglie una strada che oggi si direbbe decrescita: da dodici ettari a dieci, poi a cinque, infine a tre, affittando ogni anno qualche parcella agli amici. Gli bastava poca terra per vivere da piccolo contadino indipendente, anche perché nel frattempo erano arrivati i figli. E con tre ettari si poteva realizzare un vecchio desiderio, quello di lavorare con una squadra di cavalli da tiro. Il nonno li aveva usati fino al 1978; Olivier non aveva mai imparato, ci impiega due anni.

Da lì in poi i cavalli non sono più una trovata scenografica. In vigna ne ha avuti quattro: Chivas, Kelly, uno stallone percheron di nome Roméo e Joker, lo stesso che compare nel racconto del processo. Niente trattore in azienda: arature, trasporto dell’uva, perfino i giri in calesse. Cousin non usa i cavalli perché il vino venga meglio e nemmeno per risparmiare, perché non c’è differenza di costo. Ci mette più tempo e lo fa volentieri, perché il rapporto con gli animali per lui conta. Insegna anche a usare il cavallo in vigna in una scuola di viticoltura a Montreuil–Bellay, dove sono passati nomi noti del vino naturale della Loira come Sébastien Riffault e Alexandre Bain.

Olivier Cousin

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In mezzo a tutto questo c’è la biodinamica, che definisce un modo di vivere, non un lavoro. E c’è una libertà che rivendica con una frase semplice: nessuno gli dà ordini. Intanto il Grolleau, un vitigno quasi dimenticato dai produttori, lo vinifica in rosso e dice di essere stato il primo a farlo. Le etichette dei suoi vini sono disegni buffi, con giochi di parole: «Le Cousin», per esempio, è anche una zanzara in francese, e il disegno è una zanzara che stappa una bottiglia.

Il 2005: fuori dall’appellazione

Nel 2005 Cousin esce dall’Aoc Anjou. Ad un giornalista inglese disse che l’appellazione era ormai fatta per i vini industriali, perché le regole permettono tutto: diserbanti, rese altissime, additivi. Altre ricostruzioni indicano un episodio preciso, il 2003, quando alla zona fu concesso di acidificare oltre che di zuccherare i mosti, a lui sembrò il punto di non ritorno. Racconta di essersi sentito subito meglio e di non capire come avesse potuto starci dentro così a lungo.

Fuori dall’Aoc il vino viene declassato a «vin de table», poi «vin de France», la categoria più bassa della gerarchia. E c’è una regola che non gli piace: chi sta lì dentro non può scrivere in etichetta né l’annata, né il vitigno, né la provenienza. Cousin la trova assurda, lui che sostiene di fare vino d’Anjou da prima che le Aoc esistessero. Sostiene di voler migliorare la reputazione del vin de table all’estero, dove i suoi clienti, a New York, in Giappone, a Copenhagen, apprezzano il suo lavoro. Al processo dirà che circa il 75% del suo vino va all’estero.

È da qui che la storia prende una piega da commedia. Sugli imballaggi dei suoi vini compaiono le tre lettere A. O. C. Per lui e per i suoi sostenitori stanno per «Anjou Olivier Cousin». Per i controllori suonano come una provocazione: il nome più sacro del sistema, presentato come un gioco di parole. Sul chi abbia scritto quelle lettere le versioni si dividono: nel 2011 lui disse a una testata inglese che erano state messe dai distributori, mentre nel racconto del podcast sono parte del suo marchio. Sulle bottiglie, intanto, il rosso di Cabernet Franc si chiama «Anjou Pur Breton».

Olivier Cousin

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Una parola, tre anni di guai

Il Pur Breton viene da Cabernet Franc di vigne giovani, piantate nel 1996. Breton, nel gergo locale, è proprio il Cabernet Franc, chi è del posto conosce bene e può sfuggire alla massa. Per anni l’etichetta passa senza storie. Poi qualcuno guarda meglio.

Nel 2009 arriva una lettera della federazione dei viticoltori che gli chiede di togliere «Anjou» dall’etichetta, e lui risponde picche. A marzo del 2011, la polizia antifrode (la Dgccrf) bussa alla sua porta e lo incrimina per etichettatura scorretta.

A quel punto il caso esce dal Maine–et–Loire. Il rischio per Cousin è grosso: due anni di carcere e una multa che i resoconti stimano intorno ai quarantamila euro  e secondo alcune cronache i suoi conti correnti vengono bloccati. Jancis Robinson parla di «sciocchezze francesi», oramai la questione, stava diventando un caso globale, quando i suoi importatori inglesi, Les Caves de Pyrène, prendono in mano la vicenda e arriva un avvocato parigino, Eric Morain, che segue anche altre cause di vignaioli naturali.

Intanto cambia l’etichetta, sulle etichette dei vini da Gamay quella parola viene sostituita da «Yamag», che è la stessa letta al contrario. L’«Anjou» scompare dal fronte della bottiglia, e secondo un’intervista al suo avvocato finisce sul tappo.

Il 5 marzo 2014 si va finalmente in aula. L’accusa sostiene che il consumatore è stato ingannato: Anjou è un termine protetto. Il legale dell’Inao aggiunge che Cousin approfitta del lavoro di chi nella denominazione ci è rimasto. Dall’altra parte, Morain ammette gli errori d’etichetta del 2010-2011, ma sostiene che furono corretti e che Anjou sia stato espropriato dalla denominazione: chi compra cerca la garanzia dell’Aoc, non il nome di una regione. Chiama la mossa dell’accusa «effetto boomerang». Cousin, sul banco, dice che esistono due tipi di viticoltura, industriale e artigianale e che un Anjou Aoc si trova al supermercato a meno di due euro e che per il consumatore contano luogo, vitigno e annata. Il suo avvocato rivela, e il particolare entra nelle cronache, che chiama sua moglie «Petite Anjou».

In quell’udienza pronunciò una frase che riassume il suo modo di pensare: la terra non si sfrutta, perché è dei figli. Fuori, nel frattempo, il picnic andava avanti.

Un euro a testa

La sentenza arriva il 4 giugno 2014. Il tribunale riconosce che Cousin ha violato le regole sul nome Anjou e lo condanna a pagare un euro di danni all’Inao e un euro alla federazione dei viticoltori, più 690 euro di spese legali. I pubblici ministeri ne avevano chiesti cinquemila di multa.

Ciascuno la legge a modo suo. Morain parla di uno schiaffo alla federazione e dice di aver ottenuto tutto ciò che chiedeva. La federazione risponde che anche una condanna simbolica resta una vittoria per la tutela della denominazione e un avvertimento per chiunque altro. Cousin rivendica di non aver mai ingannato nessuno. Anni dopo, spiegherà che il processo era più grande di lui: ha solo aiutato altri che la pensano come lui e non rimpiange niente.

Il nome di una regione è un bene comune che una denominazione protegge per legge, e non è irragionevole che chi ne esce non possa usarlo a piacimento. D’altro canto, il paradosso che Morain chiamava boomerang è reale: un vignaiolo con vigne di famiglia in Anjou da generazioni, che ha contribuito a dare buona fama ai vini della zona, veniva trattato come un truffatore dalla stessa denominazione da cui per scelta era uscito. Ma oramai il processo aveva, paradossalmente,  portato i suoi frutti. Si aveva l’impressione che il processo abbia avuto un risultato inaspettato, ovvero invece di demonizzare l’accusato, lo aveva reso famoso, perché Internet aveva reso Cousin un caso mondiale.

Il caso compare nel 2015 in una classifica delle polemiche sulle etichette del vino stilata da una rivista di settore. Cousin sostiene che l’effetto vero sia stato un altro: che il vin de France, la categoria più umile, abbia cominciato a essere guardato in modo diverso.

Dopo la sentenza

Quello che succede dopo è meno rumoroso e forse più importante. Dal 2012 il figlio Baptiste ha preso in mano gran parte delle vigne di famiglia, Gamay, Grolleau, Chenin e Pineau d’Aunis, e le fa uscire con un’etichetta sua, Le Batossay, su circa quattro ettari e mezzo, ancora con i cavalli e con i preparati biodinamici. Olivier si è concentrato sul Cabernet Franc, il suo vitigno preferito. Nella famiglia c’è anche un altro figlio sommelier a Londra e una figlia che produce aceto artigianale.

I vini, oggi, hanno nomi che raccontano il suo umore: Pur Breton, Le Franc, Au–delà, Enfin du Vin, Partage, perfino curiosamente un Qvevri, l’anfora interrata della tradizione georgiana. Il suo nome in etichetta,  è ormai semplicemente «Olivier Cousin, Loira».

Che cosa resta del processo? Una frase di Cousin spiega meglio di qualunque sentenza: è grazie a quella storia, sostiene, che un movimento di resistenza è diventato più forte e che i giovani hanno meno paura di provare pratiche diverse. Non è una tesi dimostrabile e un po’ di autocelebrazione c’è, ma i fatti la sostengono a metà. Il suo caso ha fatto parlare del conflitto fra denominazioni e vignaioli naturali, e ha messo in evidenza un’assurdità che pochi consumatori conoscono: in Francia chi esce dall’appellazione non può indicare in etichetta da dove viene il suo vino.

La vicenda giudiziaria di Olivier Cousin si è conclusa con una condanna puramente simbolica, ma la sua reale portata va ben oltre le sentenze e i verbali di Angers. Quell’uscita a cavallo dal tribunale è rimasta nell’immaginario collettivo come il manifesto vivente di chi sceglie di non scendere a compromessi con la standardizzazione industriale e legislativa. Oggi, la sfida lanciata da Cousin è più attuale che mai: ci ricorda che il vino, prima di essere un codice a barre o un marchio registrato, è terra, sudore e libertà. Un patrimonio culturale che, a volte, richiede persino la testardaggine di un vignaiolo e la forza di un cavallo per essere difeso dall’omologazione.

Sono Giovanni Scapolatiello conosciuto come Mister Wine, sommelier Ais e questo è il mio modo di raccontare il vino.

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