Albania: il vino tra Adriatico e Balcani
Lo confesso: per anni, se qualcuno mi avesse chiesto un vino albanese, avrei risposto con un sorriso imbarazzato. Sommelier AIS, migliaia di bicchieri assaggiati, e l’Albania era un buco, si, un buco grosso, a due passi da casa, dall’altra parte dell’Adriatico. E siccome sul mio blog racconto da tempo i territori dimenticati, come i canyon dell’Arribes del Duero, questo pezzo era quasi inevitabile.
Diciamoci la verità, quando si parla di vino, l’Albania raramente compare nelle conversazioni. E forse è proprio per questo che ha il suo fascino. Qui la vite c’è da millenni. Illiri, poi i coloni greci sulla costa, il vino faceva parte della vita molto prima di diventare un prodotto. Poi il Novecento. Il regime ha trasformato la viticoltura in un’industria di Stato: quantità, quote, nessuna identità. Non è una storia solo albanese. Mi ha ricordato molto quello che racconta Zorik Gharibian in Armenia, nell’intervista di Zorah Wines, un paese che per decenni ha dovuto dimenticare il proprio passato e adesso prova a ritrovarlo, bottiglia dopo bottiglia. Dopo gli anni Novanta si è ripartiti quasi da zero. Cantine piccole, molta passione, qualche errore (diciamolo), ma è proprio questo il bello, secondo me.
Oggi grazie alla tecnologia le informazioni arrivano velocemente, ogni territorio, ogni angolo di questo globo, sembra già raccontato, recensito, classificato. Sappiamo tutto delle Langhe, della Borgogna, della Rioja. Perfino le regioni emergenti sono ormai entrate stabilmente nelle mappe degli appassionati, come la Svezia e la Cina. Poi esistono luoghi come l’Albania.
Luoghi che sembrano rimanere ai margini della narrazione enologica internazionale, eppure, più approfondivo la storia di questo piccolo Paese affacciato sull’Adriatico, più avevo la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa di autentico.
Un sentimento che avevo già provato quando avevo percepito che il vino non era soltanto un prodotto, ma il risultato di una lotta quotidiana contro la geografia. In Albania la sensazione è diversa, ma altrettanto forte. Qui il vino sembra aver imparato ad aspettare il suo momento e il momento che arrivasse qualcuno a raccontarlo.
Un patrimonio rimasto a lungo in silenzio
L’Albania possiede una tradizione vitivinicola antichissima. Le radici affondano nell’epoca degli Illiri e attraversano secoli di dominazioni, commerci e trasformazioni culturali. Eppure questa eredità è rimasta quasi invisibile agli occhi del grande pubblico. Forse perché il Novecento ha imposto altre priorità.
Forse perché il Paese ha dovuto ricostruire molto prima di poter pensare a raccontarsi. Mentre leggevo la storia della viticoltura albanese, mi veniva spesso in mente l’Armenia e il dialogo con Zorik Gharibian. Anche lì avevo incontrato una cultura del vino che sembrava vivere fuori dalle logiche del mercato globale, profondamente legata alla propria memoria.
Se non avete letto quel racconto, vi consiglio di recuperare l’articolo dedicato a Zorah Wines. oppure ad Ariousios Winery. Perché in entrambe le storie c’è un elemento comune: il vino come custode dell’identità.
I vitigni: la parte che mi fa impazzire
Ne ho parlato nell’articolo sui vini reliquia, e l’Albania è una miniera: Una delle cose che più mi affascinano quando incontro un nuovo territorio è la ricerca del suo linguaggio. Ogni regione parla attraverso i propri vitigni. L’Albania parla una lingua che pochi conoscono.
- Kallmet: rosso scuro, deciso, coltivato soprattutto nel nord, tra Lezhë e Shkodër. Se devo scegliere un preferito (e non dovrei), è lui.
- Shesh i Zi: rosso più elegante, meno spigoloso. Da qui parto con chi ama i rossi non pesanti.
- Shesh i Bardhë: il fratello bianco, fresco e leggero.
- Debina: bianco di Përmet, ci lavora molto la zona sud.
- Pulës e Vlosh: meno noti, ma sento parlare di loro sempre più spesso.
Non aspettarti da me una scheda tecnica perfetta, vi dico solo che il Kallmet ha frutto nero, una terra scura e note speziate che restano a lungo. Questi vitigni probabilmente non compariranno nelle carte dei vini della maggior parte dei ristoranti europei, almeno non ancora. Eppure rappresentano la parte più interessante della produzione albanese.
Il Kallmet, soprattutto, sembra possedere tutte le caratteristiche che cerco quando voglio comprendere un territorio: personalità, storia e riconoscibilità. Non so se un giorno raggiungerà la notorietà internazionale di altri grandi vitigni mediterranei. E, a dire il vero, non so neppure se sia questo l’obiettivo.
Zone da segnare
Berat, Përmet, l’area di Tirana, il nord con Lezhë e Shkodër, e su in quota Korçë e Pogradec. Non le ho ancora girate tutte, e questa cosa mi rode.
Quando il mare incontra le montagne
Guardare una fotografia dell’Albania non basta. Bisogna osservare una cartina.
Solo allora si comprende il motivo per cui questo Paese possiede un potenziale così interessante.
Montagne ovunque e il mare sempre vicino. Per chi ama il vino, è una combinazione quasi irresistibile. Anche lì il vino nasceva da un equilibrio fragile tra vento, sole e sacrificio umano.
Leggendo delle vigne albanesi, ho ritrovato quella stessa sensazione di frontiera che avevo descritto nell’articolo dedicato alla Viticoltura Eroica a Tenerife. Naturalmente i contesti sono diversi.
Ma il fascino nasce dalla stessa matrice: territori che non concedono nulla gratuitamente.
Una nuova generazione
Forse l’aspetto più interessante dell’Albania contemporanea è che non sta cercando di diventare qualcos’altro. Molte regioni emergenti, forse, commettono lo stesso errore. Inseguono modelli esterni. Cercano di assomigliare a qualcuno. I produttori albanesi più interessanti sembrano invece aver compreso una lezione fondamentale: il valore risiede nell’identità.
Nel recupero dei vitigni autoctoni, nelle vecchie vigne e nella capacità di raccontare il proprio paesaggio senza filtri. È un percorso più lento, probabilmente più difficile, ma è quasi sempre quella che porta ai risultati più duraturi.
Perché dovremmo guardare all’Albania
Confesso una cosa: Quando ho iniziato a documentarmi sui vini albanesi pensavo di trovare soprattutto una curiosità geografica, qualcosa da inserire nella categoria dei territori emergenti.
Mi sbagliavo, ho trovato una storia, e chi segue “La Grande Bellezza del Vino“ sa che è proprio questo che cerco ogni volta che scelgo una destinazione. Non il vino fine a se stesso, ma le persone, i paesaggi e le culture che si nascondono dietro una bottiglia. L’Albania oggi rappresenta una delle pagine meno conosciute del grande libro del vino europeo, una pagina ancora incompleta ed è forse per questo che merita di essere letta. Perché a volte il privilegio più grande non è arrivare dove tutti sono già stati, ma arrivare un attimo prima che il resto del mondo si accorga della bellezza che ha davanti.
Una cosa mi ha colpito più di tutte è che in Albania il vino si offre, non si vende. Arriva una bottiglia (a volte anche senza etichetta, fatta in casa) e ti ritrovi a tavola da tre ore. Ricorda il vino come strumento di relazione, quasi diplomatico, di cui parlo in Il vino e il potere. Ma qui è diplomazia senza protocollo.
Dall’altra parte, lo dico onestamente, la qualità è altalenante. Trovi bottiglie sorprendenti e altre “di carattere”. Ma un mondo che non è ancora standardizzato è un mondo vivo, e per un sommelier è una benedizione.
Non so se i vini albanesi diventeranno mai un fenomeno. Forse no, e a dirla tutta un po’ lo spero. Mi piace pensare che esista ancora qualcosa che non si trova ovunque, che non ha già una scheda pronta e un punteggio sulla retroetichetta.
Quello che so è che dopo il primo Kallmet ho smesso di guardare l’Adriatico come un confine e ho cominciato a vederlo come una strada. Da Napoli, poi, la distanza sembra ancora più corta di quanto sia.
E se un giorno ti capita un Kallmet, o uno Shesh i Zi, o una bottiglia senza etichetta che qualcuno ti versa “perché sì”, non fare troppe domande. Bevi, siediti, resta un po’.
Poi scrivimi come è andata.
Articolo a cura di Mister Wine – Giovanni Scapolatiello – Sommelier Ais
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