Vitigni creati in laboratorio: vino, genetica e futuro della vite

Vite da laboratorio

Vitigni creati in laboratorio: cosa significa davvero

Sapete, non so bene da dove cominciare. Forse dal fatto che per anni ho dato per scontato che la vite fosse una creatura antica, una cosa che cresce come vuole lei, che cambia quando decide lei, che si lascia toccare solo dal tempo e dai contadini che la guardano come si guarda un animale selvatico. Poi un giorno scopro che no, che oggi una vite può nascere… in laboratorio. E mi si ferma un attimo il respiro.

Non sto parlando di fantascienza, né di quelle parole che fanno paura tipo “OGM”. Parlo di scienziati veri, con mani vere, che lavorano su una pianta che conosciamo da millenni e provano a darle una specie di armatura, una possibilità in più. E mentre lo leggo, mentre lo ascolto, mi viene da pensare: ma allora il vino non è più solo terra, stagione, fortuna. È anche scelta. È anche ingegno.

 

Perché nascono i vitigni creati in laboratorio

La risposta è quasi banale, se ci si pensa un secondo. La vite è fragile. Fragile come una cosa che non dovrebbe essere fragile, perché la immagini forte, radicata, eterna. E invece ogni anno è una guerra: peronospora, oidio, flavescenza. E ogni anno si spruzza, si protegge, si corre ai ripari.

Allora qualcuno ha detto: “E se provassimo a crearne una che non si ammala così facilmente?” E da lì sono nati i famosi PIWI, quei vitigni che resistono alle malattie come se avessero imparato a difendersi da soli.

Poi c’è il clima, che ormai è un personaggio a parte. Fa quello che vuole. E la vite, poverina, non sempre riesce a stargli dietro. Così nascono vitigni che maturano più tardi, che non si bruciano, che tengono l’acidità anche quando l’estate sembra non finire mai.

E poi c’è una cosa che mi ha colpito davvero: la scienza può aiutare a salvare vitigni antichi, quelli che stanno sparendo. Si prendono quei biotipi reliquia, quelli che sopravvivono in tre filari dimenticati, li si incrocia con varietà più stabili, e nasce una vite nuova che porta dentro un pezzo di memoria. Come un figlio che somiglia a un antenato che nessuno ha più visto.

 

Esempi concreti, così non restiamo nel teorico

I PIWI: Solaris, Bronner, Souvignier Gris, Regent. Li trovi in Trentino, Alto Adige, Friuli. Sono viti che quasi non si ammalano. E il vino? Diverso, sì. Ma sorprendentemente buono.

Poi ci sono Fleurtai, Soreli, Nermantis, Termantis. Nomi che sembrano usciti da un videogioco, ma sono reali. E funzionano.

E poi ci sono quelli nati per salvare vitigni antichi. Qui la scienza diventa quasi una storia d’amore: prendi un vitigno che sta morendo, lo incroci con uno più forte, e gli dai una seconda vita. Una vita nuova, ma con un ricordo dentro.

 

Il dubbio che non se ne va: il terroir

E qui, lo ammetto, mi fermo. Perché il vino non è solo agronomia. È identità, è memoria, è territorio, è tutto quello che non si può misurare con un grafico.

E allora la domanda arriva da sola: se un vitigno nasce in laboratorio, può avere un terroir?

Non lo so. E forse nessuno lo sa davvero. C’è chi dice sì, perché il terroir è il luogo, non il DNA. C’è chi dice no, perché il vitigno è parte della storia, e se lo cambi, cambi tutto.

Io, sinceramente, non ho una risposta. Ho solo una sensazione: che la viticoltura stia entrando in un territorio nuovo, dove la scienza non sostituisce la natura, ma prova a parlarle. A volte bene, a volte male. Come succede in tutte le relazioni complicate.

 

Il futuro dei vitigni creati in laboratorio

Forse questi vitigni non saranno mai i protagonisti. Forse resteranno ai margini, come strumenti utili quando serve. O forse diventeranno normali, come tante cose che all’inizio sembravano strane.

Quello che è certo è che aprono una porta. Una porta che ci costringe a chiederci cosa vogliamo davvero dal vino: tradizione? sostenibilità? resilienza? tutto insieme?

E forse, proprio in questo dialogo tra passato e futuro, tra viti salvate e viti create, c’è lo spazio perfetto per Viti Ritrovate. Perché raccontare la vite significa raccontare l’uomo.

E l’uomo, oggi, crea.

E salva.

E sbaglia.

E riprova.

Articolo a cura di: Mister Wine – Giovanni Scapolatiello – Sommelier Ais

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Sono Giovanni Scapolatiello, Sommelier Ais e trasformo il vino in un racconto.

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